fabiopolese.it

Filippine, l’uccisione del terrorista Tokboy potrebbe innescare nuove violenze

Con l’uccisione di Mohammad Jaafar Maguid, avvenuta la scorsa settimana nell’isola di Mindanao, l’antiterrorismo filippino ha sicuramente inferto un duro colpo all’estremismo islamico nel Paese. Ma potrebbe aver anche innescato la miccia di nuovi attacchi. Fondatore di Ansarul Khilafa Philippines (AKP), considerato il gruppo più vicino allo Stato Islamico nella regione, Maguid era uno dei jihadisti maggiormente ricercati dalle autorità. Conosciuto con il nome di battaglia Tokboy, era stato addestrato dal terrorista malese Zulkifli Abdhir, soprannominato Marwan, e morto il 25 gennaio del 2015 durante quella che viene ricordata come la «strage di Mamasapanu». In quell’episodio, uno dei più cruenti della storia recente delle Filippine, il blitz delle forze speciali della polizia nell’area controllata dai miliziani del Moro Islamic Liberation Front (MILF) e del Bangsamoro Islamic Freedom Fighter (BIFF) è costato la vita anche a 44 agenti.

AKP, basato nelle provincie di Cotabato e Sarangani nel sud ribelle del Paese – da decenni teatro di scontri tra il governo e le formazioni armate musulmane che richiedono l’autonomia – negli ultimi anni ha avuto contatti con i maggiori gruppi radicali del sud-est asiatico. Secondo le autorità filippine l’organizzazione sarebbe anche artefice – insieme al Gruppo Maute – dell’attentato che la sera del 2 settembre scorso ha scosso il mercato notturno di Davao, dove sono rimaste uccise 14 persone e oltre 70 ferite. E dove  sembrerebbe che l’obiettivo numero uno fosse addirittura il presidente Rodrigo Duterte, il quale doveva recarsi proprio nella zona dell’esplosione.

«La morte di di Tokboy significa che AKP è un gruppo in meno di cui preoccuparsi», ha spiegato al sito d’informazione Rappler una fonte dell’intelligence rimasta anonima. Ma le incognite sono molte. Nasir Abbas, esperto di sicurezza di Giacarta, pur condividendo che «la sua uccisione è una grande perdita per l’ISIS nel sud-est asiatico», avverte della possibilità di un aumento delle violenze. Il leader dell’organizzazione armata, infatti, «godeva di molta influenza tra i gruppi ribelli nelle Filippine» e, per questo, spiega lo studioso, «la probabilità di una vendetta è molto alta».

Alta e preoccupante è anche la crescita dello Stato Islamico nella regione. Tutti i Paesi dell’area – Filippine in primis – data la perdita di territorio in Siria ed Iraq, potrebbero essere diventate una nuova frontiera da conquistare. Secondo il generale Hamidin, direttore dell’Agenzia per l’antiterrorismo indonesiana (BNPT), in questo momento gli uomini guidati da Abu Bakr al-Baghdadi si starebbero muovendo per creare il nuovo quartier generale nel nord dell’Afghanistan o nelle Filippine meridionali.

Il terreno è fertile. E una prova – anche se piccola – è già avvenuta a fine novembre, quando i miliziani del Gruppo Maute hanno issato la bandiera nera del Califfato nel municipio di Butig, una cittadina nella provincia di Lanao, sempre nell’isola di Mindanao. L’esercito filippino è riuscito a riprendere il controllo della zona dopo giorni di duri combattimenti, impegnando centinaia di uomini e mezzi, compresi elicotteri da combattimento MG-520.

di Fabio Polese, www.eastonline.eu

Leave A Response