FABIO POLESE | REPORTER

Strage a Manila, l’Isis rivendica. Il governo minimizza

Notte di sangue nelle Filippine. Il bilancio dell’attacco di giovedì al Resorts World, un grande centro commerciale con cinema, ristoranti, bar e casinò vicino all’aeroporto internazionale Ninoy Aquino di Manila, è di 36 morti e oltre 50 feriti. L’assalto è iniziato intorno alle una, quando un uomo armato ha fatto irruzione al secondo piano del complesso ed ha cominciato a sparare, bruciando anche alcuni tavoli da gioco. L’azione è stato rivendicata dall’Isis, ma il governo minimizza.

La prima rivendicazione dello Stato Islamico, secondo quanto riporta su Twitter Rita Katz, direttrice di Site, il sito che monitora il jihadismo sul web, arriverebbe direttamente da Marawi, la città assediata dai miliziani del gruppo Maute, dove si sostiene che «i lupi solitari del Califfo hanno attaccato il cuore della miscredente Manila». Un’altra è arrivata su Telegram, dove si legge che gli islamisti volevano «dare fuoco a tutto il casinò». E più tardi anche attraverso l’agenzia stampa legata alle bandiere nere Amaq. Ma Ernesto Abella, portavoce presidenziale, ha replicato immediatamente che «i fatti di giovedì notte non hanno nulla a che vedere con il terrorismo». Ufficialmente, secondo il governo, l’azione dell’uomo è da ricollegare ad una rapina – l’obiettivo sarebbe stato quello di impadronirsi delle fiche, che ammonterebbero a 130 milioni di pesos filippini, circa 2,3 milioni di euro – e che l’Isis avrebbe rivendicato l’attacco solo per fini propagandistici. Questa mattina, però, Pantaleon Alvarez, Presidente della Camera dei rappresentanti delle Filippine, ha dichiarato che l’assalto «è un chiaro esempio di attacco terroristico, come quelli che sono successi in altri Paesi» e, per questo, «è necessario elaborare un piano di difesa per garantire la sicurezza».

La situazione è ancora abbastanza confusa. Tuttavia, la paura che i gruppi islamisti filippini potessero compiere azioni terroristiche fuori dal sud del Paese, zona a maggioranza musulmana dove da decenni l’etnia Moro richiede l’autonomia, c’era da tempo. A Marawi, città di 200mila abitanti nell’isola di Mindanao, resistono ancora centinaia di jihadisti – anche stranieri – che il 23 maggio scorso hanno assaltato diversi obiettivi strategici, decisi a instaurare un Califfato. I combattimenti con l’esercito, che sta utilizzando l’artiglieria pesante e gli elicotteri d’assalto, proseguono strada per strada. Ma liberare la città non è semplice. I miliziani del gruppo Maute, che è considerata la costola filippina dello Stato Islamico, hanno preso in ostaggio più di duecento persone – compresi alcuni bambini – e sembrano determinati a non arrendersi. Lo stesso generale Eduardo Año, capo di stato maggiore delle Forze armate, nei giorni scorsi ha dichiarato che «la riconquista non sarà semplice». Anche nell’isola di Jolo, sempre nella parte meridionale Paese, si registrano scontri tra le truppe governative e Abu Sayyaf, l’altro gruppo che ha giurato fedeltà all’Isis.

Il sud delle Filippine è sempre stato terreno fertile per l’ideologia estremista. I segnali erano evidenti da tempo. Ma il presidente Rodrigo Duterte, che dopo l’assalto a Marawi ha ordinato la legge marziale nel sud del Paese, ha continuamente cercato di negare la presenza dell’Isis per ragioni politiche e propagandistiche. Ora deve inevitabilmente farci i conti. E senza dubbio questa battaglia sarà più dura di quella intrapresa contro il narcotraffico nei mesi scorsi.

di Fabio Polese, www.eastwest.eu (03 giugno 2017)

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