FABIO POLESE | REPORTER

Filippine, l’Isis fa sul serio

fabiopolese84@libero.it 20 giugno 2017 Nessun commento su Filippine, l’Isis fa sul serio

La liberazione di Marawi doveva essere fatta in pochi giorni, almeno stando alle parole del presidente Rodrigo Duterte. Ma invece, la città delle Filippine del sud, da due settimane in mano ai miliziani del gruppo Maute e Abu Sayyaf, organizzazioni terroristiche che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, è in parte ancora occupata dai jihadisti. I combattimenti continuano strada per strada, mentre dal cielo gli elicotteri delle forze armate filippine bombardano obiettivi mirati. I tagliagole delle bandiere nere hanno in ostaggio più di duecento persone – anche bambini – e circa 2mila sono intrappolate nelle zone degli scontri, da quattordici giorni senza acqua e cibo, si teme per la loro salute.

Il blitz fallito

I miliziani hanno occupato Marawi, città di 200mila abitanti nell’isola di Mindanao, il 23 maggio scorso, dopo un tentativo da parte delle forze di sicurezza filippine di arrestare Isnilon Hapilon, numero uno di Abu Sayyaf e considerato leader dell’Isis nel Paese asiatico. Nella lista nera dei soggetti più pericolosi al mondo, gli Stati Uniti hanno messo una taglia di cinque milioni di dollari per la sua cattura. L’obiettivo dei jihadisti è quello di instaurare un Califfato nelle Filippine del sud, zona a maggioranza musulmana, dove da più di quarant’anni l’etnia Moro richiede l’autonomia. Per far fronte all’emergenza, Duterte ha ordinato la legge marziale in tutta l’isola.

Più di mille miliziani dell’Isis

Nonostante la situazione a Marawi è abbastanza critica e altri combattimenti tra le truppe governative e jihadisti si stanno verificando a Jolo, il governo continua ha minimizzare la pericolosità di questi gruppi. Secondo Manila, infatti, in tutto il sud del Paese ci sarebbero meno di 400 miliziani che combattono in nome dello Stato Islamico. Ma proprio ieri, un rapporto dell’intelligence che ci arriva dalla vicina Indonesia, ha fatto emergere che i numeri sarebbero molto più preoccupanti. I combattenti, infatti, secondo questo studio, sono 1200, quindi più del doppio di quello dichiarato dal governo filippino. Tra questi combattenti ce ne sarebbero anche una quarantina stranieri, provenienti sia dal sud-est asiatico che dal Medio Oriente. Non è un caso che, tra i jihadisti uccisi dall’esercito filippino a Marawi, ci sono anche uomini provenienti dalla Malesia, dall’Indonesia, dall’Arabia Saudita, dallo Yemen e dalla Cecenia. Sempre ieri, dall’Australia, che è stata colpita da un attacco rivendicato dall’Isis a Melbourne, arriva l’allarme: molti foreign fighters, di rientro dalle zone calde del conflitto islamista, starebbero tornando nel territorio filippino.

Nuova frontiera del jihadismo

Secondo Sidney Jones, direttrice dell’Institute for Policy Analysis of Conflict di Giacarta, vista la perdita di territorio in Siria ed Iraq, la cooperazione tra lo Stato Islamico e miliziani filippini, potrebbe diventare sempre più importante. «Visto che andare in Medio Oriente è diventato sempre più difficile per i jihadisti del sud-est asiatico, Mindanao potrebbe essere la loro successiva migliore opzione», ha spiegato l’esperta. Una possibilità concreta, a cui il presidente Duterte deve inevitabilmente dichiarare guerra.

di Fabio Polese, www.eastwest.eu

 

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